ImproveIsAction: intervista a Fabrizio Bosso

21/11/2021 di Michele Campana

 

“La musica di Clifford Brown è impregnata di tutte le stupende caratteristiche che compongono quella forma musicale che si chiama “jazz”. […] Ciononostante, non ho mai incontrato nessuno che amasse ciecamente la musica di Clifford Brown.” Murakami Wada.

Macerata, è la fredda sera di una Domenica di fine Novembre, al Teatro Lauro Rossi, per la rassegna Macerata Jazz, suona uno dei grandi nomi del Jazz: Fabrizio Bosso. “Molti sono i musicisti che hanno impresso il loro nome sulla scena del jazz, ma chi ci ha fatto sentire con tanta intensità il soffio della primavera della vita?”. Al pianoforte Julian Oliver Mazzariello, al contrabbasso Jacopo Ferrazza, alla batteria Nicola Angelucci. Stasera portano We4, l’ultimo disco, registrato in piena pandemia. Sul palco i quattro diventano uno: un suono solo, ricco, colorato, omogeneo. Fabrizio Bosso tra le sue mani mescola il suono, lo modella, la sua tromba canta e declama i versi migliori, subito dopo, sussurra le liriche più profonde e struggenti.
Prima del concerto ho l’occasione di scambiare due parole con Fabrizio.

Il brano che dà il nome al disco, We4, ricorda gli standard della tradizione jazzistica classica: un tema cantabile con una bella melodia, grande fraseggio, tanto swing e poi anche grande sinergia tra i musicisti.

Con questo disco, così come con gli ultimi dischi, non è che abbia cercato qualcosa in particolare, piuttosto cerco di fare della musica che mi faccia stare bene, che mi appaghi e dove riesco a rendere al meglio con lo strumento e musicalmente. Con questo quartetto suoniamo oramai da un po’ di anni e questa cosa avviene in maniera veramente molto forte. C’è una grande complicità che va al di là anche della preparazione tecnica di ogni musicista. Con We4 la mia intenzione era di presentare noi quattro, abbandonando anche un po’ l’idea del leader che deve primeggiare e fare la maggior parte del concerto. Con loro trovo che il messaggio arrivi in maniera più forte. Responsabilizzando anche gli altri musicisti e dando loro spazio c’è il suono che arriva, non c’è il solista che fa la sua cosa mentre gli altri accompagnano. Nel disco ci sono ad esempio due brani scritti a otto mani, un altro scritto da me e Julian, e poi brani degli altri componenti; è un lavoro collettivo. Musicalmente quindi siamo noi quattro, che sul palco ci divertiamo. È anche un po’ la mia idea di musica, riuscire a salire sul palco con musicisti che stimi non solo musicalmente, ma anche a livello umano.

Come è stato registrato?

Il disco lo abbiamo registrato tutto in maniera molto diretta, in un giorno che non dovevamo neanche fare il disco. Eravamo in studio per fare un concerto streaming in diretta. Avevamo già abbozzato i brani nuovi, li abbiamo provati un attimo e in cinque ore e mezza è uscito il disco, facendo poi tutte prime take, tranne un brano.

“Ci sono cose che possono essere insegnate, queste sono le tecniche. Ce ne sono altre che non possono essere insegnate, queste sono le arti”. Pare che oggi il livello tecnico generale dei musicisti, anche grazie ai Conservatori e alle Scuole, sia più alto; anche il livello artistico?

Sicuramente il fatto delle cattedre di jazz nei conservatori, ormai aperte da anni e ne stanno aprendo di nuove, e alcune scuole anche molto efficienti hanno aiutato. La preparazione tecnica ovviamente si è alzata molto, anche grazie a internet. Ma il mestiere si impara suonando, e solo suonando capisci se hai quella scintilla, se hai quella cosa in più per fare questo lavoro in un certo modo e a certi livelli.

Quali sono stati i punti di riferimento nella musica?

A livello trombettistico la prima grande folgorazione è stata sicuramente Clifford Brown. Poi anche i contemporanei come Wynton Marsalis che rimane uno di quelli che stimo di più, ha una grande preparazione tecnica musicale. Poi chiaramente Miles, Coltrane. Ma sono anche cresciuto con il cantautorato di qualità, da Tenco a Bruno Martino e Gino Paoli. Per questo poi nella mia carriera mi sono trovato a disegnare collaborazioni nel pop, ho fatto un brano per Renato Zero qualche giorno fa. Amo anche la musica brasiliana, il pop di un certo tipo.

Progetti per il futuro?

Soprattutto spero di riuscire a portare all’estero We4, sono due anni che rimandiamo la tournée in America. Dovevamo andare anche in Cina, speriamo che la situazione si sblocchi, anche se le notizie non sono buonissime. Poi in Italia abbiamo sempre concerti, progetti nuovi. Il mio desiderio principale sarebbe quello di riuscire ad esportare all’estero questo quartetto di cui vado molto orgoglioso.

 

Michele Campana

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